Il Signoraggio sulla RAI

gennaio 14, 2008

I dormienti

novembre 19, 2007

Considerazioni sul sistema bancario e sociale italiano di Eugenio Benetazzo:

Ma cosa è successo al panorama bancario italiano ? Come siamo arrivati noi italiani ad avere un pool di istituti di credito, probabilmente i peggiori al mondo, che si contendono ogni giorno il raggiungimento di posizioni dominanti nel mercato ? Cosa è successo in meno di vent’anni da infrangere per sempre il rapporto fiduciario tra banca e cliente tanto che oggi il piccolo risparmiatore italiano non si fida più di nessuno ? Che cosa ha trasformato le banche nel tuo peggior nemico ?

Per spiegare quello che è successo dobbiamo tornare indietro di oltre quindici anni quando il panorama bancario italiano era costituito da una distesa prateria di piccoli istituti di credito con spiccata vocazione territoriale, nella quale spadroneggiavano anche tre colossi nazionali, la Banca Nazionale del Lavoro, il Credito Italiano e la Banca Commerciale Italiana, tre banche storiche di diritto pubblico che erano presenti per prestigio e diffusione capillare su quasi tutte le piazze provinciali del paese con le loro mastodontiche agenzie di sportello.

Ricordo ancora il mio primo libretto di risparmio aperto in prima media presso la Cassa di Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno ed Ancona, successivamente trasformatasi in Cariverona e poi tristemente fagocitata nel gruppo bancario denominato Unicredito. In quel tempo non esisteva l’esigenza viscerale di competere tra banche e banche, in quanto ogni istituto aveva trovato una propria dimensione e sviluppo legato alle caratteristiche del territorio ed a una propria vocazione imprenditoriale. Gli sportelli di banche differenti presenti su una stessa piazza si facevano concorrenza sulle modalità di erogazione del servizio e sul rapporto umano che si instaurava con il personale che vi lavorava.

Vent’anni fa sarebbe stato impossibile che un direttore di banca vi proponesse di investire su un’obbligazione strutturata emessa da chi sa chi e per Dio sa cosa: i prodotti di risparmio tipici proposti erano i titoli di stato, i pronti contro termine, i certificati di deposito oppure le obbligazioni emesse dalla stessa banca: prodotti a capitale protetto e rendimento garantito.

I correntisti ed i risparmiatori erano trattati allora come persone con specifiche esigenze sociali ed imprenditoriali, e non come avviene ora alla pari di insignificanti numeri di conto corrente a cui addebitare costi ed oneri di fantasia congiuntamente all’offerta di una copiosa varietà di prodotti porcheria.

Come siamo arrivati, allora, all’attuale situazione di mercato ? La risposta è piuttosto semplice: ottimizzazione dei costi e massimizzazione dei profitti. Le tanto osannate dottrine sui processi di arricchimento facilitato che si insegnano in quelle fabbriche di replicanti clonati, che vengono definite business schools, hanno trovato prima applicazione proprio nel mondo bancario. Fu così che alcune banche comprendendo la possibilità di competere sui mercati internazionali in vista della definizione di un grande mercato unico europeo iniziarono ad unire le forze nelle maniere più subdole: fondendosi, fagocitandosi o incorporandosi.

Questo processo portava ad aumentare spaventosamente la loro redditività in quanto se gli attivi dei patrimoni venivano sommati, lo stesso non avveniva per i costi, i quali subivano invece un consistente ridimensionamento (chiusura di filiali doppie sulla stessa piazza e licenziamento del personale in esubero).

Lentamente negli anni hanno preso forma i gruppi bancari che conosciamo tutti ed allo stesso tempo si sono verificati i grandi scandali finanziari che hanno depauperato intere generazioni di risparmiatori italiani. Anche questo è stato dovuto alla trasformazione del sistema bancario italiano, il quale ha iniziato a fare i conti con la prima legge del mercato dei capitali ovvero il rendimento in termini percentuali tra il dividendo erogato ed il prezzo di una singola azione.

La necessità di conseguire utili e rendimenti sempre più crescenti ha spinto i banchieri ad individuare nuove aree di profitto senza compromettere o aumentare l’esposizione al rischio della banca: per quanto motivo sono proliferate commissioni, oneri e costi per servizi di base (che in molti paesi sono completamente gratuiti).

Parallelamente si è sviluppato anche uno straordinario mercato di prodotti porcheria per la gestione del risparmio, infatti questi gruppi bancari si sono resi conto che è molto più conveniente per i loro bilanci e per il loro profitto, gestire i vostri risparmi applicandovi oneri e commissioni senza così esporre la banca in alcun modo al rischio imprenditoriale.

Il marcio del sistema ha trovato la sua massima manifestazione quando i grandi gruppi bancari hanno individuato nell’utilizzo del budget, lo strumento di eccellenza per la propria pianificazione aziendale. Con il budget, infatti, si stabiliscono a priori i risultati che il gruppo bancario deve conseguire per massimizzare il suo profitto e a questo dictat si devono prostrare tutti i dipendenti della banca, dai funzionari ai cassieri.

Non cè da stupirsi quindi se esistono banche che concedono in comodato gratuito una Ferrari per una settimana come bonus o incentive per il raggiungimento del budget ad un direttore di filiale, se questo è riuscito a far erogare un determinato numero di mutui ipotecari ad intervento integrale (quindi 100 %) a condizioni proibitive (mi piacerebbe potervi fare i nomi e cognomi) !

Non mi dilungo sul personale di sportello, soggetto ad un tasso di turnover improponibile (ogni mese avete un referente diverso), nella maggior parte dei casi, vi trovate di fronte a persone frustrate, impantanate in un lavoro che non ha futuro, destinate per anni a contare il denaro e gli assegni, oppure a passare carte su carte tra lo sportello e la direzione amministrativa. Ecco il motivo per cui non vi dovete fidare di quello che vi propongono: perché quello che vi viene presentato, deve prima portare ricchezza alla stessa banca.

Questa trasformazione del sistema bancario ha tuttavia prodotto o indirettamente causato anche un effetto collaterale, che forse non si era opportunamente valutato: per la prima volta si è venuto ad infrangere il rapporto fiduciario che si riponeva nelle banche o nelle persone che vi lavorano, dubitando profondamente su tutto quello che viene raccontato od offerto allo sportello. Non a caso sono ripresi con grande frequenza e dimensione fenomeni di espatrio di capitali (a volte anche con modalità illegali) nei confronti di centri finanziari ritenuti storicamente più seri ed affidabili.

Comunque questo paese e la sua inerte classe politica lasciano veramente poco a che pensare, ma ancor di più la sua popolazione: se gli toccate la squadra di calcio allora preparatevi a vedere scali e porti marittimi bloccati da orde di tifosi che barricano gli accessi, mentre se qualcuno (coperto dalla compiacenza politica di chi ci governa) vi sottrae illegalmente 50 euro dal vostro conto corrente, vi limitate semplicemente a lamentarvi stile bambino dell’asilio a cui hanno rubato la merendina. Chi è causa del suo male, pianga se stesso.

Northern (B)Rock(e)

novembre 9, 2007

Il prezzo del greggio è di 95 dollari, e sale di giorno in giorno.

Di seguito un’articolo di Maurizio Blondet sulla situazione economica attuale (e futura):

Maurizio Blondet

09/11/2007

Correntisti in coda davanti a una filiale della Northern Rock di Londra

Per salvare la Northern Rock, la banca esposta con troppi mutui subprime, la Bank of England le ha fornito da agosto fino ad oggi 40 miliardi di sterline, e non basta ancora.
Entro Natale, la somma salirà a 50 miliardi.
Pari a 71 miliardi di euro.
Stiamo parlando di miliardi, non di milioni.
Succhiati, direttamente o no, dalle tasche dei contribuenti.
Il costo è così astronomico che si rischia di non coglierne la misura colossale.
E’ il 5% del prodotto interno lordo britannico.
Lo Stato primo della classe del liberismo globale, quello da cui partivano tutte le prediche ascoltate in questi anni sul «rigore nella spesa pubblica», sulla «moderazione salariale», sul ridurre le provvidenze sociali, sulla necessità di privatizzare e di vendere beni pubblici per limare il deficit di 1 punto di PIL, dilapida il 5% del PIL in poche settimane per soccorrere la speculazione finanziaria più improduttiva.
E lo fa coi soldi delle tasse, ossia della gente comune.
«Seguo i mercati finanziari da trent’anni, e di crisi ne ho viste arrivare e passare. Ma questa è la più grave che abbia visto mai», ammette Will Hutton, il notista finanziario del Guardian (1).
E ne indica i caratteri che la rendono unica nella sua pericolosità: il fatto che i suoi effetti si espandano nel mondo intero a cascata e istantaneamente, data la interconnessione planetaria delle economie e della finanza ottenuta con la globalizzazione e il liberismo senza confini, ossia senza paratie stagne.
E il fatto che i governi e le autorità pubbliche, la cui sovranità è stata ridotta a nulla per volontà ideologica, hanno perso ogni mezzo per controllare e frenare la crisi «così rapidamente come tutti vorremmo».
E’ quel che dicevano i dubbiosi, per anni azzittiti come «statalisti» o «dirigisti» sorpassati.
Il fatto è, lacrima Hutton, che «veniamo da 15 anni di condizioni economiche straordinariamente favorevoli in tutto il mondo – petrolio e denaro a buon mercato, scambi commerciali in crescita, il boom asiatico, prezzi immobiliari in salita».

Era l’argomento con cui venivano censurate le critiche: non vedete che l’economia trionfa?
E’ la libertà di spostamento di merci-uomini-capitali finalmente non più ostacolata da dogane e Stati, finalmente conseguita!
«Adesso tutte queste cose si stanno disfacendo con velocità impressionante», dice Hutton.
Il petrolio è a 100 dollari, il costo del denaro è salito a picco, i prezzi degli immobili cadono, e tutto contemporaneamente.
«Il sistema poteva superare uno shock, ma è troppo fragile per fronteggiarne così tanti e simultanei».
E l’epicentro della devastazione è proprio «il sistema finanziario egemonico», quello di New York e Londra.
Questi due mercati finanziari «non sono più distinti: la deregulation e le ambizioni planetarie delle banche europee e americane li hanno resi interdipendenti e interconnessi. Sono un sistema unico che opera in base agli stessi principii, che copia l’uno i metodi dell’altro, che fa gli stessi errori e che si espone l’uno agli azzardi dell’altro».
Non si potrebbe dir meglio.
Ora «il collasso del mercato immobiliare USA, l’esplosione dei pignoramenti e sequestri di case americane, e la scoperta che i ‘veicoli d’investimento strutturato’ sono strumenti finanziari tossici che rappresentano 350 miliardi di dollari di mutui ormai senza valore, non sono un problema americano. Sono il problema nostro».
Il Credit Suisse e Citigroup hanno annunciato perdite per miliardi di dollari, e se ne scoprono ogni giorno di nuove.
Ciò significa che la loro capacità di fare credito è brutalmente diminuita.
In base al trucco del credito frazionale, le banche inglesi devono avere almeno 8 sterline in cassa, come capitale proprio, per poterne creare dal nulla 100 da prestare a interesse.
Le perdite hanno intaccato il capitale, i dollari ora sono 4 o 2.
La moneta da prestare si riduce a 50 o 10 sterline.

Hutton dà la colpa al visconte Ridley, il presidente della Northern Rock.
Questo «free-market fundamentalist», questo talebano del liberismo, aveva scoperto dai banchieri americani che poteva fare a meno soggiacere al vecchio e noioso lavoro delle vecchie banche, dove era la quantità di depositi dei risparmiatori a determinare proporzionalmente la quantità dei prestiti che potevano essere fatti.
Il trucco era impacchettare i prestiti in «titoli di debito» sofisticati e infiocchettati, e venderli sotto il nome di «veicoli d’investimento strutturati» alle altre banche inglesi, che già compravano a man bassa simili prodotti dalle banche di New York.
Così, appena le cose sono cominciate ad andar male in USA, è girata storta per la Northern Rock in Scozia.
Già.
Perchè le banche USA, che avevano quelle perdite enormi, «non avevano più voglia di comprare altri prestiti della Northern Rock, e nessun altro ne aveva voglia».
Da qui la corsa agli sportelli dei risparmiatori e correntisti, la prima dall’800.
Da qui le iniezioni del – tesoro britannico: 20 miliardi di sterline (il 2% del PIL) destinati sì a garantire i depositi dei piccoli clienti, ma 30 miliardi (il 3% del PIL inglese) per «fornire liquidità che il sistema non era più in grado di fornirsi da sé».
Senza successo.
Le azioni di tutte le banche del «sistema anglo-americano» stanno crollando tutte insieme, vista la sfiducia nella loro solvibilità, una sfiducia che le banche sono le prime ad esercitare l’una contro l’altra.
Ora, col senno di poi, si capisce che il rimedio avrebbe dovuto essere un altro.
«La Banca d’Inghilterra avrebbe dovuto assorbire nella sua proprietà la Northern Rock: con ciò, i depositanti e le istituzioni finanziarie della City sarebbero stati rassicurati rapidamente e, passata la crisi, la Banca Centrale avrebbe potuto rivendere la Northern al settore privato».
Già.
In passato si è sempre fatto così, anche nella lontana crisi italiota della Banca Romana.
Ma ciò sarebbe stato il cosiddetto «intervento pubblico in economia», il deprecato dirigismo.
Nella teoria liberista, riconosce Hutton, «vige il divieto della proprietà pubblica anche per breve tempo. Nel fondamentalismo liberista, questo è il peccato capitale».

Si è scelta, per salvare la Northern, la via consentita dalla teoria dogmatica: stampare moneta, come si dice, su scala epica, pari al 5% del PIL.
«Ciò ha beneficato il sistema finanziario, ma danneggiato tutti noi, perché sarà più difficile per la Banca Centrale tagliare i tassi d’interesse per ridare fiato al mercato immobiliare».
In Inghilterra i prezzi immobiliari hanno raggiunto la stratosfera, e questo aumenta la prospettiva di enormi crediti inesigibili e di pignoramenti di massa, come in America.
«E se ci sono altre Northern Rock da salvare il problema diverrà intrattabile», conclude Hutton.
Perché tutti sanno che ci sono altre Northern Rock in attesa di esplosione.
Non illudiamoci, dice ancora Hutton, questa crisi segnala «l’esaurimento dell’ideologia del libero mercato conservatrice», quella che fu elaborata da Milton Friedman e consegnata al Paese dalla Thatcher.
Entrambi i governi, a Washington e a Londra, «dovranno concepire nuove forme di regolamentazione e controllo. Molte banche dovranno diventare di proprietà pubblica. Per trent’anni ci hanno insegnato che non è affare della pubblica autorità intervenire nel libero mercato finanziario, che genera ricchezza. Quest’anno la realtà si è imposta, e con sovrapprezzo».
La domanda è se dopo trent’anni di dogmatismo liberista, esistano ancora le competenze e i saperi per condurre un intervento pubblico in economia, se esista la cultura di Stato necessaria a disporre i rimedi alla nuova crisi.
Pare di no.
O più precisamente: in ben identificati ambienti, ci si prepara ad un tipo di intervento pubblico molto pesante: «Guerra all’Iran. Razionamento della benzina. Leva militare di massa. Inflazione a due cifre e disoccupazione».
Lo scrive il New York Times (2).
Non è una fantasia, è uno «scenario» previsto per il 2009.
Diversi membri importanti dell’Amministrazione americana passata e presente si sono riuniti per giocare questo gioco di guerra o «simulazione», battezzato «Oil Shockwave».
E’ un esempio di come si stia pensando di affrontare la crisi.

L’ipotesi: il petrolio sale a 150 dollari il barile per l’attacco all’Iran.
La militarizzazione della società è la risposta prospettata alla crisi economica e sociale conseguente.
Vi hanno partecipato Robert Rubin, segretario al Tesoro sotto Clinton, il generale John Abizaid, fino a pochi mesi fa capo del Comando Centrale al Pentagono, Gene Sperling, già consigliere economico di Clinton, Philip Zelikow, già capo della commissione sull’11 settembre, e Richard Armitage, vicesegretario di Stato durante il primo mandato Bush.
Un gruppetto bipartisan, ma molto in accordo sul che fare imminente.
E i repubblicani in particolare sono persone che hanno già dimostrato di avere una preveggenza straordinaria, su certi scenari.
Philip Zelikow, che ha guidato il PFIAB, l’importantissimo organo presidenziale di controllo dei servizi d’intelligence, è quello che nel 2002 spiegò ad un gruppo ristretto di strateghi: il vero motivo per cui invaderemo l’Iraq è «eliminare un regime che minaccia Israele».
Quanto a Richard Armitage, è un neocon militarista, maneggione brutale e instancabile: il presidente pakistano Musharraf ha rivelato che fu Armitage a telefonare a un generale dell’ISI immediatamente dopo l’11 settembre, minacciando di «bombardare il Pakistan fino a portarlo all’età della pietra» (un’espressione cara a quegli ambienti) se non si fosse affiancato all’America nella «guerra al terrorismo», ossia nell’invasione dell’Afghanistan.
Soprattutto, Armitage è membro del PNAC, Project for a New American Century.
Ed è uno dei firmatari del documento emanato dal PNAC nel 2000, dal titolo «Rebuilding the american defense», dove – per convincere l’opinione pubblica alle guerre future – si auspicava «un evento traumatico, come una nuova Pearl Harbour».
Le «previsioni» del PNAC hanno una allarmante tendenza ad avverarsi.
Anche lo scenario previsto dai giocatori di «Oil Shockwave» ha dunque buone probabilità di realizzarsi.

Maurizio Blondet

Note
1)
Will Hutton, «The worst crisis I’ve seen in 30 years», Guardian, 4 novembre 2007.
2) John Broder, «A war game supposes scarce and risky oil», New York Times, 2 novembre 2007.

Fonte: effedieffe

La Riserva Frazionaria

ottobre 8, 2007

Il risvolto peggiore nella truffa del signoraggio è la riserva frazionaria, una tecnica con la quale le banche commerciali prestano più di quello che dovrebbero prestare:

Cos’è la riserva frazionaria?: Un articolo molto ben scritto, semplice e comprensibile per chi non sa di economia.

Riserva frazionaria: Chi ci guadagna?: Articolo introduttivo molto semplice e di facile comprensione.

Come prestare ciò che non si ha e sentirsi dire 50 volte grazie… : Articolo tecnico sulla Riserva Frazionaria. (Cancellato dall’autore a causa di ordini di modifica dall’alto!!!)

Su un forum l’autore scrive:

Discussione

08 Ottobre 2007 15:24 Nome: 5 email: hgd@gmail.com
e quali erano i punti incriminati?

08 Ottobre 2007 15:50 Nome: luca email: lucavenditti@libero.it
Dei conti alle Cayman di bankitalia che si possono trovare ovunque su internet e sui libri di signoraggio. Non me li sono mica inventati io.
Inoltre una tesi sulla riserva frazionale di un ragazzo che io ho posto a confronto con la tesi ufficiale. Proprio per stimolare il dibattito e cercare di capire.
Il risultato è stato il muro contro muro tra signoraggisti e non-signoraggisti e la minaccia della Sig.ra Fossacieca di politicaweb di presentare l’articolo a bankitalia.
Bel modo di confrontarsi. Vabbè torno a studi privati. Quando si farà una discussione seria senza minacciare nessuno, ma nell’interesse di capire ciò che è vero e ciò che non lo è, sarò disponibile a tornare a confrontarmi.

Discussione

08 Ottobre 2007 15:23 Nome: 5 email: hgd@gmail.com
e quali erano i punti incriminati?

08 Ottobre 2007 14:11 Nome: 5 email: hgd@gmail.com
Venditti: qualcuno ha fatto bau e saperinvestire ha deciso che non è + il caso di speculare attirando lettori

08 Ottobre 2007 14:48 Nome: Luca email: lucavenditti@libero.it
Veramente non è stata una decisione di saperinvestire.it, ma mia. Loro mi hanno chiesto di modificare gli articoli nei punti incriminati.
Se modificavo gli articoli rendendoli soft, non sarebbero stati i miei articoli, non sarei stato io.
Preferisco tornare a studi privati. Non ho detto che mi ritiro.

Discussione

08 Ottobre 2007 14:05 Nome: 5 email: hgd@gmail.com
Venditti: qualcuno ha fatto bau e saperinvestire ha deciso che non è + il caso di speculare attirando lettori

08 Ottobre 2007 11:31 Nome: genioboy email: genioboy@gmail.com
Non riesco più a trovare gli articoli di Luca Venditti su sapereinvestire.it. E’ un mio problema o non ci sono più? Nella ricerca non li trovo e se vado col link diretto mi chiede un’autenticazione.

08 Ottobre 2007 12:55 Nome: luca email: lucavenditti@libero.it
Vi comunico che gli articoli non ci sono più.
Li ho fatti togliere per due ragioni:
1) Non si discute per trovare una soluzione condivisa, ma si insulta e ci si contrappone.
2) Sono stato minacciato di azione legale.
Io ho riportato teorie, cose già scritte e dette da altri. Nel tentativo di fare chiarezza.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: insulti personali, minacce legali.
Torno allo studio del signoraggio in campo privato. Non vi abbandono, ma non voglio essere immolato così. Per tutti quelli che vogliono parlare di signoraggio con me, la mail la sapete è questa qui.
Aspetto la citazione in giudizio di bankitalia per calunnia.
Un giorno sapremo la verità.
W LA LIBERTA’! W IL POPOLO SOVRANO!