Ron Paul calls Italy

febbraio 19, 2008

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Things never will never change in Italy and in Sicily untill we realize that the real Mafia power hides in the secret lodges of so called irregular Freemasonry connected to the Vatican were the true power lies , so let’s bring further our investigations in the dark side of the Vatican illuminati and let’s destroy the evil Sicilian Mafia.That’s my wish for the New Year , let’s expose the real Mafia! In the photo Licio Gelli and Giulio Andreotti.

Leo Lyon Zagami now Khaled Saifullah Khan

Traduzione:

Le cose non cambieranno mai in Italia ed in Sicilia finchè non relizziamo che il vero potere della Mafia si nasconde nelle logge della cosiddetta Framassoneria irregolare connessa al Vaticano dove il vero potere si costituisce, portiamo lontano le nostre investigazioni nel lato oscuro degli illuminati Vaticani e distruggiamo la cattiva mafia Siciliana. Questo è il mio desiderio per il nuovo anno, esponiamo la vera Mafia! Nella foto Licio Gelli e Andreotti.

Leo Lyon Zagami now Khaled Saifullah Khan

Fonte: Illuminati Confessions

Una partecipazione attiva non-violenta alla distruzione dello stato italiano è possibile. Ecco alcune semplici regole comportamentali per aiutare ad anientare il tricolore italiano.

  • Evitare in ogni modo di avere a che fare con prodotti, società, enti o istituzioni nel cui nome o ragione sociale sia contenuta la parola “italia”
  • Avere più figli possibile e più “bianchi” possibile poichè in una società “equosolidale” il successo nella vita dipende anche dal colore della pelle (note 1, 3)
  • Non acquistare o guardare libri, riviste, canali televisivi con nel nome o titolo la parola “italia” o “italiano” (es. non guardare italia1, non comprare italiaoggi, non ascoltaare italia radio, radioitalia ecc)
  • Evitare di dare in tutti i modi soldi allo stato italiano (per esempio con le scommesse tipo enalotto, totocalcio ecc)
  • Nell’acquisto di servizi preferire le copagnie straniere (per esempio nella telefonia mobile preferire Vodafone e Tre, nel trasporto aereo preferire Ryanair o altre compagnie straniere)
  • Recuperare il proprio TFR (liquidazione)(APPROFONDIMENTO) perchè altrimenti verrà inglobato dall’ INPS e usato per mantenere in piedi lo stato-zombie italico
  • Non acquistare prodotti o servizi nella cui “reclame” si inneggi all'”italia” o agli “italiani”
  • Nell’acquisto di merci preferire le marci straniere a meno che siano prodotte nella propria regione o regioni limitrofe
  • Per le proprie vacanze preferire l’estero a meno di non trascorrerle nella propria regione o regioni limitrofe
  • Nei propri discorsi e scritti usare il meno possibile le parole “italia” e “italiani”
  • Evitare di avere crediti con lo stato italiano (per esempio crediti IVA ecc): quei soldi non torneranno più indietro (nota 1)
  • Indirizzare i giovani verso studi scientifici che, in caso di lavoro all’estero, sono più utili degli studi di letteratura o giurisprudenza italiana che nel mondo non interessano a nessuno

Nota 1: Caso tipico è il Brasile dove, in barba a tutte le stronzate della nostra stampa su Lula ecc…, vi è una vergognosa stratificazione sociale IN BASE al colore della pelle. Avete mai visto, per esempio, un qualche famoso calciatore brasiliano con una moglie o compagna dal colore della pelle più scuro del suo?
Nota 2: Tipico esempio fu la cosiddetta “tassa sulla salute” che non fu mai restituita dal governo Prodi nonostante le promesse.
Nota 3: Sulla carta igienica stampata, come “Repubblica” e “Corriere”, potete leggere a pagina 2 che “le donne italiane non devono avere figli per essere emancipate, per fare carriera” e a pagina 3 che “c’è bisogno di immigrati perchè gli italiani non fanno più figli”.

Fonte: Fotti l’Italia

Mistero della banca

gennaio 27, 2008

Scandali, affari e misteri
tutti i segreti dello Ior

di CURZIO MALTESE

<B>Scandali, affari e misteri<br>tutti i segreti dello Ior</B>

LA CHIESA cattolica è l’unica religione a disporre di una dottrina sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del danaro, “sterco del diavolo”. Vangelo secondo Matteo: “E’ più facile che un cammello passi nella cruna dell’ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. Ma è anche l’unica religione ad avere una propria banca per maneggiare affari e investimenti, l’Istituto Opere Religiose.

La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all’interno delle mura vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo. Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala l’importanza. All’interno si trovano una grande sala di computer, un solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell’ago passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente Angelo Caloia “qualcuno ha avuto problemi con la giustizia”, rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l’istituto vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d’assegni con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d’oro. Nessuna traccia.

Da vent’anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo l’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera, Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima Linea, l’avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia venuto dall’America al portone di casa.

…Continua 

Maurizio Blondet
13/05/2007

Il dottor Umberto Veronesi: Ministro della Sanità nel 2000, sostenitore della depenalizzazione delle droghe leggere, sostenitore dell’eutanasia e della cura chemioterapeutica

Quando la sifilide comparve in Europa nel ‘500, i medici adottarono una cura radicale: l’amputazione del pene a migliaia di disgraziati.
Oggi è facile capire il loro errore: presero la sifilide come una malattia «locale», e attaccarono là dove si manifestava la piaga luetica.
Erano scusabili, ignorando tutto delle affezioni batteriche e della spirocheta che infettava l’intero organismo.
Oggi lo stesso errore – senza nessuna scusa – viene applicato nella «cura» del cancro.
La chemioterapia e l’irradiazione presumono di aggredire «localmente» il tumore, come se «il paziente fosse semplicemente il portatore occasionale del suo tumore».
Mentre è ormai chiaro, persino agli oncologi di successo mediatico come Veronesi, che il cancro è essenzialmente una malattia «sistemica» e «centrale»: la cui causa va cercata nel «sovvertimento dell’omeostasi biologica antiblastica e dei suoi molteplici meccanismi differenzianti, citoregolatori, apoptotici, immunologici».
Sto citando passi da «Il Metodo Di Bella», scritto dal figlio, Giuseppe Di Bella, che me ne ha fatto omaggio. (1)
Un libro francamente impressionante.
Scopro ad esempio che oggi in Italia – per decreto di Rosy Bindi – è positivamente «vietato» ad un medico curare i pazienti oncologici con metodo diverso dalla chemioterapia.
E’ obbligatorio per legge trattarli con una terapia la cui inutilità nel casi migliori, letalità nei peggiori, è comprovata oltre ogni dubbio da importanti studi indipendenti.
Per esempio l’indagine condotta su 782.020 pazienti «curati» Inghilterra e in Galles: a cinque anni dalla «cura» chemioterapica, ne erano morti 541.976.
Il 71%.
Gli attacchi alla terapia Di Bella puntavano alla sua inefficacia, al suo aspetto di trattamento al massimo di «palliativo».
Personalmente, non so quanti successi possa vantare Di Bella: ma mi è chiaro che la «cura», che fallisce nel 71% dei casi, andrebbe immediatamente proibita, e non invece resa obbligatoria dai politici.
Peggio, è documentato che in certi casi, la mortalità è provocata non dal cancro, ma dalla «cura»: sui bambini leucemici acuti, l’11% muoiono entro i 4 e gli 11 mesi dalla chemioterapia, e a causa di essa.
La teoria scientifica (se si può chiamare così) che conduce alla chemioterapia consiste infatti nell’avvelenare l’intero organismo con sostanze velenose per le cellule (cito-tossiche) nella speranza che le cellule malate, cancerose, muoiano «prima» delle sane.
Mentre è noto agli stessi chemio-terapeutici che «i dosaggi capaci di sterilizzare l’ammalato da tutte le cellule neoplastiche sarebbero letali prima di raggiungere il 50% della dose efficace».
Dunque, i pazienti vengono trattati – per non ammazzarli a forza di veleno – con dosi che gli stessi medici tipo Veronesi sanno «insufficienti».
Tant’è vero che la chemio viene regolarmente seguita dalla chirurgia, per asportare – spesso insieme a parti essenziali del nostro organismo – le cellule cancerose rimaste.
E’ la versione moderna e «scientifica» dell’amputazione del pene.
Con la piena coscienza che per lo più le cellule cancerose asportate localmente ricompaiono e tornano a proliferare, più rigogliose di prima, perché la chemioterapia ha per sé effetti mutageni. Perché, appunto, il cancro non è una malattia locale, ma centrale.
Che cosa vuol dire «centrale»?
Nel libro di Di Bella, scopro che si tengono continuamente nel mondo congressi scientifici su un preciso tema: «The pineal gland and cancer» (Tubinga 1987), «European Pineal Society colloquium» (Sitges 1996) e così via.
L’attenzione degli scienziati veri (non dei Veronesi) è dunque attratta dalla ghiandola pineale o ipofisi.
Si tratta della ghiandola più anatomicamente protetta del corpo: affondata profondamente nel cervello, e racchiusa da una conchiglia ossea a forma di mandorla. (2)
Essa ha natura doppia, da centauro: è per metà parte del cervello, materiale neurale, e per metà ghiandola endocrina.
Che emette non uno, ma numerosi ormoni: in quantità minime, molecolari.
Questi ormoni scatenano a cascata l’azione delle grandi ghiandole endocrine periferiche, dalla tiroide alle surrenali ai testicoli.
Insomma è la pineale che – dal centro del cervello – impartisce gli ordini per affrontare le situazioni vitali: l’increzione del testosterone che presiede alla eccitazione sessuale quando si avvicina la donna amata, lo scatenarsi di adrenalina surrenale per affrontare situazioni di aggressione o di fuga, o di prolattina per preparare all’allattamento.
Gli ordini della pineale nascono dal centro del cervello, dalla vita psichica intesa nel senso più ampio.
Cartesio aveva visto in qualche modo straordinariamente giusto, quando additò in questa ghiandola il «punto di unione» fra l’anima e il corpo, inteso come una macchina.
Non si tratta dell’anima, ma della psiche sì: il mondo dei sentimenti e della interpretazione degli eventi che ci accadono, il nostro vissuto.
L’effetto del «vissuto» nella sregolazione del sistema immunitario dovrebbe essere comunemente noto.
Dopo la morte di una persona cara, un fallimento negli affari o una sconfitta esistenziale è più facile ammalarsi di qualunque malattia, dall’influenza al cancro.
Enzo Tortora sviluppò il tumore dopo l’ingiusto e clamoroso arresto, che visse ovviamente come il crollo di tutte le sue prospettive vitali, di successo, di carriera.
Esistono casi opposti.
Solgenitsin fu rilasciato dal gulag quand’era ormai terminale per carcinoma gastrico: va a morire a casa, gli dissero i carcerieri sovietici.
Lo stesso giorno della sua liberazione ascoltò per radio la notizia della morte di Stalin: il suo cancro scomparve, una remissione che Solgenitsin ha sempre considerato come un dono del Cielo da ripagare con l’assunzione di un compito a cui dedicare il resto di vita donatogli: «dire la verità» sull’impero della menzogna comunista.
Un inglese, che mi pare si chiamasse Chichester, si vide diagnosticare il cancro a sessant’anni: anzichè sottoporsi docile alla chemio, decise di dedicare quel tanto di vita che gli restava a fare la cosa che aveva sempre desiderato, ma mai potuto fare: esperto velista, intraprendere una traversata oceanica solitaria.
Ha guadagnato diversi record come navigatore, ha ricevuto il titolo di Lord, è morto a ottant’anni. Non di cancro.
Ho il vago ricordo di un medico italiano, il dottor Moricca, che aveva una sua cura palliativa contro i dolori del cancro: con un lungo ago, iniettava morfina direttamente nell’amigdala della pineale, e alla fine iniettò alcol puro.
Così «euforizzata» la ghiandola centrale, otteneva non solo la remissione dai dolori cancerosi (anch’essi misteriosamente atroci, «centrali») ma talora la riduzione delle masse tumorali, purtroppo solo in modo transitorio.
Moricca fu poi incarcerato per presunte malversazioni.
Della persecuzione giudiziaria e mediatica di Di Bella non è nemmeno il caso di parlare.
La sua cura è stata fatta passare come quella di uno stregone che suscitava false speranze.
Ora scopro che l’attività dell’ipofisi è inibita da una lunga e forte illuminazione: l’ormone inibitore prodotto è la melatonina, responsabile dell’abbronzatura ma anche della maturazione sessuale.
E la melatonina è parte del cocktail di farmaci del metodo Di Bella.
La pineale produce l’ormone della crescita (GH, Growth Hormone); Di Bella usava nel cocktail la «somatostatina», l’inibitore del GH, ragionando che il cancro proliferante è un fenomeno di crescita da contrastare.
Uno stregone?
Il diktat di Rosy Bindi cita «la affermata mancanza di ogni fondamento scientifico documentato del metodo Di Bella», affermata da enti ufficiali come la Commissione Oncologica, la Commissione Unica del Farmaco, il Consiglio Superiore di Sanità.
In realtà, basta spulciare la letteratura medica in inglese per scoprire decine di migliaia di rapporti (3), indipendenti e stranieri, che segnalano chi l’efficacia della somatostatina, chi della melatonina, chi della vitamina E ed A, della inibizione della prolattina (altro ormone pineale), chi dell’uso combinato di queste sostanze  nel contrastare il cancro.
E il cocktail Di Bella era appunto un mix mirato di queste sostanze.
Non posso dire, non essendo medico, quanto funzioni il metodo Di Bella nei dettagli: ma nel complesso, è certo che è retto dalla teoria che la scienza sta formando, la teoria sulla natura «centrale» e pineale del cancro, della sregolazione dei finissimi processi del sistema immunitario e ormonale.
Nella letteratura scientifica seria, tali processi vengono più esattamente definiti «neuro-immunitari», «neuro-ormonali», per indicare come essi dipendano in ultima analisi, a cascata, dal sistema nervoso centrale e spinale.
Ancor più precisamente, credo si dovrebbe parlare di sistemi «psico-immunitario» e «psico-ormonale», per indicare meglio come la capacità e «attenzione» del sistema immunitario nell’aggredire batteri e cellule «estranee» e maligne sia governata, profondamente, dal vissuto psichico del paziente, conscio e inconscio.
E’ la tesi centrale del dottor Hamer, come noto.
Egli stesso colpito da cancro testicolare dopo la tragica uccisione del figlio, colse la natura «simbolica» della sua patologia.
Quasi che l’organismo paterno urgesse a produrre una seconda nascita.
Il sistema immunitario-ormonale, nella sua cieca sapienza, preparava le gonadi ad una seconda filiazione?
Per Hamer, l’organismo produce incessantemente, nella riproduzione cellulare continua
(le cellule vecchie del corpo sono continuamente rimpiazzate da nuove), «errori» di copiatura che sono potenzialmente tumori: ma di norma questi errori vengono prontamente eliminati dal sistema immunitario, fagocitati, ordinatamente uccisi con l’apoptosi, che non lascia residui marcescenti.
Ma quando l’uomo vivente è travolto da una situazione esistenziale disperata, che lo prende «in contropiede» e di cui non vede lo sbocco, il sistema immunitario sofferente per lo stress trascura i segnali, non sente più come «estranee» le cellule sbagliate.
Stregoneria?
Io stesso ho avuto, personalmente, un’esperienza simile: un neo sul torace che, in coincidenza con una mia situazione esistenziale di chiusura, prese a crescere, mutar colore e infiammarsi,  comportarsi insomma come un melanoblastoma incipiente.
Il medico di base si preoccupò a vederlo, ordinò subito una biopsia.
Devo ringraziare la burocrazia sanitaria che mi diede appuntamento di lì a vari mesi.
In attesa, cominciai a circondare il mio allarmante neo con un circolo fatto con una penna a sfera rossa.
Ogni mattina ricalcavo il circoletto.
In poche settimane il neo divenne peduncolare, cessò di essere dolente, e infine si staccò spontaneamente.
Ero stato semplicemente fortunato, di sicuro.
Ma l’idea me l’aveva data un caro medico, Luigi Oreste Speciani, forte sostenitore della natura psichica-centrale del cancro, da gran tempo defunto.
A suo tempo l’avevo intervistato, e lui mi aveva parlato di metodi apparentemente magici con cui certe fattucchiere rurali curavano la verruca: malattia non grave, ma invalidante per certi mestieri (chi è colpito da verruca non può, per esempio, fare il macellaio, per non infettare le carni), e malattia che la medicina moderna non sa curare, perché è virale e dunque non risponde agli antibiotici.
Le vecchiette sapienti ordinavano al verrucoso di raccogliere foglie di un certo albero che presentassero analoghe verruche; tante foglie verrucose quante erano le verruche presenti sul corpo del paziente; e di andarle a seppellire – pronunciando formule, o preghiere – in un sentiero da cui non sarebbe mai più dovuto passare.
Le verruche sparivano.
Secondo Speciani, il rituale serviva a suggestionare la psiche e, con ciò, a richiamare l’attenzione del sistema immunitario su quelle escrescenze estranee, in modo che le combattesse.
Naturalmente, Speciani aggiungeva che il cancro è ben più grave della verruca virale, ben più profondo il dolore che esprime, ben più «centrale» e ribelle alle cure.
Fece l’esempio dell’uomo che fu san Francesco.
Questo figlio di papà e ricco mercante che ad un certo punto non riesce a dare più un senso alla vita che conduce, ricca agiata e cavalleresca, mostra tutti i sintomi della più grave depressione.
Secondo Speciani, se avesse continuato quella vita, avrebbe sviluppato il tumore.
Ma il medio evo cristiano offriva la via d’uscita a chi non sa più che farsi della sua vita, che la sente come prigione soffocante: la via della rinuncia, dell’affidarsi a Cristo, la liberazione.
Francesco si denudò in pubblico dei ricchi abiti datigli dal padre; oggi, questo gesto l’avrebbe portato al trattamento sanitario obbligatorio (TSO), al reparto psichiatrico del Pronto Soccorso. Invece, il vescovo lo coprì con il suo mantello.
Francesco non ebbe il cancro; ebbe le stigmate, che sono il segno di ben altra nascita.
Speciani era convinto che troppi uomini, nel borghese mondo moderno, continuano a tirare avanti con modi di vita che intimamente vivono come vicoli chiusi e senza sbocco, per un borghese senso del dovere che è disperazione.
E che l’esponenziale crescita dei tumori nella modernità fosse dovuto a questo.
La cultura corrente, secolarizzata e materialista, ci intima di continuo che la sola plausibile felicità è nel benessere, nelle ricchezze e nei godimenti che Francesco rifiutò; che non c’è altro da cercare. Che è inutile cercare «lo scopo della mia vita», dato che tutto l’universo è un cieco macchinismo senza scopo né significato alcuno.
Che non c’è «liberazione» estrema, possibile solo verso l’alto, tornando ad «essere se stessi».
«Conosci te stesso» – ossia fa finalmente con coraggio quello che vuoi «tu», non quel che vuole per te la società corrente, il ruolo che ti ha assegnato, la pubblicità o il comune sentire imperante – è la prima terapia per Speciani.
Ma se il «conosci te stesso» ti urge verso l’alto, quella strada è chiusa.
Non è prevista.
Non è insegnata se non come «sacrificio», assurdo, irrazionale, in fondo, folle. (4)
Il «tu» profondo, tacitato, cerca una cieca via d’uscita nell’organico, nell’uomo incarnato che è corpo-anima: la rinascita impedita viene intrapresa, dal cieco-sapiente sistema immunitario, con una tentata «rinascita» corporale, la formazione di un nuovo embrione, di un feto abnorme.
Esso lascia che le cellule comincino a moltiplicarsi tutte eguali – esattamente come fa la natura nelle prime fasi embrionali, quando il futuro essere umano è solo un grumo di cellule non ancora diversificate, una blastula, una morula – e questa rinascita, è cancro.
Una rinascita profondamente voluta da tutto l’essere, ma solo intrapresa per la via sbagliata: la carne, anziché lo spirito.
Diceva Speciani: «Non sapremo mai quanti cancri sono evitati da una buona e profonda confessione col prete, dal pregare e dal perdonare, dal sereno affidarsi a Dio, dal ‘sia fatta la Tua volontà’».
Non so se avesse ragione.
Non so quante guarigioni possono statisticamente vantare Di Bella e Hamer.
Ma so che se avrò il cancro, rifiuterò la chemio.
E prima, proverò la loro «stregoneria», che è aperta all’ascolto profondo della psiche.
In ogni caso, non peggiorerà la mia situazione.
Rosy Bindi, le case farmaceutiche che dalla chemioterapia obbligatoria guadagnano profitti enormi,  e Veronesi, questo amputatore di peni (o di mammelle, pancreas, fegati, polmoni) mi sembrano sempre più i bin Laden dell’oncologia: ossia che deliberatamente avvelenano decine di migliaia di pazienti, e non perché credano che la loro terapia funzioni ed abbia valide basi scientifiche – lo sanno, anche loro conoscono la letteratura medica sulla pineale – ma per mantenere il loro potere e lucro.
Come Bush, sono pronti ad ammazzare i loro concittadini a migliaia nelle Twin Towers della farmacopea, per continuare ad affermare un materialismo semplicistico a cui devono il loro potere.
Questo semplicismo è, tra l’altro, l’estremo effetto collaterale del darwinismo: se infatti si crede che l’uomo ed ogni essere vivente sono frutto del cieco caso, è ovvio che si sottovaluti il finalismo sapiente dei processi immunologici.
Questi processi così raffinati e così olistici – che ci mantengono sani non «localmente», ma nella integralità del composto psiche-corpo – non sono opera del caso.
Ogni secondo, ogni ora, governati dal «centro» della pineale (5), essi controllano la «funzionalità di tessuti, parenchimi, endoteli, crasi ematica, dinamica midollare», preservano «l’integrità delle membrane cellulari, nucleari, del citosol e del carisol dai processi ossidativi», sui «canali ionici» e sui «recettori»: tutta la  raffinata complessità molecolare infinita e precisissima della funzione vitale, a livello ultramicroscopico, e che meraviglia chiunque; chiunque non si sia volontariamente ridotto al grossolano meccanicismo evoluzionista.
Ovviamente, costoro interferiscono con mezzi brutali e grossolani – veleno chimico, estirpazione chirurgica, fuoco radiattivo – su affezioni che credono, grossolanamente, locali e altrettanto brutalmente meccaniche.
Che il cancro possa essere un grido proveniente dal centro dell’anima disperata, non lo considerano «scientifico».
Ed è ovvio che costoro non si appellino alla scienza, ma al potere: il potere omicida dei nostri politicanti, che emana a loro favore leggi omicide.

Maurizio Blondet


Note

1) Giuseppe Di Bella, «Il Metodo Di Bella», II Edizione.
2) La mandorla (amigdala) è un potente simbolo primordiale, attestato non solo dalle selci amigdaloidi dell’uomo neolitico. Nella tradizione ebraica, il seme da cui il corpo rinascerà nella resurrezione è contenuto in un durissimo osso imputrescibile chiamato Luz (mandorla) e immaginato posto alla base della spina dorsale, dove i Tantra indiani pongono kundalini. Luz è anche il nome antico di Bethel, il luogo in cui «Dio apparve a Giacobbe» che dormiva con la testa su una pietra sacra, e dove vide in sogno la scala ascendente verso il cielo. La Vergine è spesso ritratta dentro una forma amigdala.
3) Una ricerca effettuata nel 2004 sul sito della National Library of Medicine (www.nlm.nih.gov) ha trovato oltre 35 mila pubblicazioni su questa linea di ricerca: 318 sull’effetto della melatonina nella terapia tumorale, 1.582 sui retinoidi (vitamina A), 819 sulla vitamina E, 2.817 sulla somatostatina in oncologia, 1.504 sulla bromocriptina, un altro inibitore dell’ormone della crescita. Veronesi probabilmente non ha tempo di spulciare tale letteratura (deve andare in TV) ma i suoi allievi lo fanno sicuramente.
4) Singolare il rapporto fra tumore e follia: gli schizofrenici sono esenti da tumore, non sviluppano mai il cancro. Quasi che la malattia centrale si manifestasse nello psichico anziché nell’organico.
5) Speciani parlava di un «Organizzatore», di un invisibile ingegnere che detiene i disegni e i lucidi della costruzione del corpo, e sorveglia la rigorosa applicazione del programma ingegneristico. L’embrione, inizialmente si comporta come un cancro – proliferando cellule tutte uguali a se stesse. Ma ben presto le cellule cominciano a diversificarsi per diventare fegato, pancreas, unghie, endoteli, epiteli… per Speciani il processo «normale» è il primo, la proliferazione cancerosa (che è il modo in cui si moltiplicano i microrganismi unicellulari, le colonie batteriche); il processo di diversificazione non è normale, non è statisticamente ciò che deve avvenire.
E’ un processo governato da qualche intelligenza che «ha i lucidi» dell’organismo compiuto.

Banche senza Dio

gennaio 26, 2008

Maurizio Blondet
25/01/2008

Come non bastasse la crisi di fiducia che dilaga nel credito mondiale, la Société Generale, massima banca francese, denuncia di essere stata defraudata da un suo impiegato – un trader trentenne – di quasi 5 miliardi di euro.
Non milioni, ma miliardi: oltre un decimo della capitalizzazione in Borsa della Societé Generale, che ha 120 mila dipendenti.
Il presunto malfattore, Jerome Kerviel, non era nemmeno uno di quei ragazzi-prodigio cui le banche lasciano mano libera, perché sono i soli a capire qualcosa dei prodotti strutturati che inventano e vendono; lo dimostra il suo stipendio, modesto nel settore, 100 mila euro annui, e il fatto che trattava futures dei più semplici e tranquilli, i «plain vanilla».
Secondo l’accusa, ha operato indisturbato per un anno, superando tutti i controlli.
Ciò evoca un tema più grave della disonestà: il disordine crescente delle grandi organizzazioni, l’incapacità ogni giorno più acuta di gestirle che ha colto l’Occidente.
Evoca questo tema, sul Telegraph, Jeff Randall, con humour britannico: «Questo è fare banca, ma non come lo conoscevamo», ironizza (1).
Se il ragazzo si fosse accontentato di ritagliarsi una somma pari ad una normale vincita al Superenalotto, (diciamo 5 milioni di euro) «magari nessuno se ne sarebbe accorto».
Ciò perché «il mondo delle primarie banche che ricevono depositi è diventato un tale colabrodo, che somme ad otto cifre possono scomparire senza far suonare campanelli d’allarme. Le decine di milioni vengono trattati come tartine ad un ricevimento di finanzieri, come antipasti nel vasto menù monetario».
La spiegazione avanzata da Daniel Bouton, presidente della Société Generale, è patetica: «E’ stato un uomo solo. Ha creato un’azienda nascosta all’interno della banca, usando gli strumenti della banca, perché aveva tutte le informazioni necessarie per sfuggire a tutti i controlli».
Ma com’è possibile creare una seconda banca incistata nella banca grossa (la seconda di Francia) come un verme solitario, per oltre un anno, e sfuggire alle procedure di controllo?
Il sistema bancario come lo conoscevamo era tutto un sistema di controlli.
Ogni singolo ufficio chiude ogni sera il bilancio, e le voci del dare e avere devono essere pareggiate al centesimo.
Di più: nel ’95 la Barings Bank fu praticamente rovinata da un suo trader di Hong Kong che, azzardando speculazioni folli sui derivati, provocò un buco da 800 milioni di sterline.
Da allora tutte le banche si sono fornite di un esercito di «auditor» e controllori per scongiurare questo rischio, su quei mercati esoterici.
Il risultato, zero.
Cosa hanno fatto gli auditor sella SocGen per guadagnarsi lo stipendio?
Evidentemente, il lavoro della banca non è più quello di una volta: prendere il denaro dei depositanti a tasso nullo, prestarlo a imprenditori a tasso più alto, e addebitare commissioni e spese grasse a tutti e due.
Oggi, si perseguono profitti fantastici con i metodi che abbiamo visto rivelati dalla crisi dei
sub-prime: accendere migliaia di mutui a poveracci che non sono in grado di pagarli, macinarli tutti insieme con varie spezie come per fare il salame, e rifilarli a fette come obbligazioni AAA.
E’ un tipo di mestiere dove eccellono nuovi tipi umani: ragazzoni con una laurea alla Harvard Business School, una dichiarata sete di arricchirsi, e un cinismo senza pari.
Sono questi che mettono insieme «prodotti strutturati» e derivati dai nomi più fantasiosi, così complicati che nemmeno loro sono in grado di quantificarne il rischio, e figurarsi cosa ne capiscono i presidenti e gli amministratori delegati.
Si fidano di questi esperti.
E del loro pelo sullo stomaco, che è appunto ciò che garantisce il master alla Harvard Business School.
E’ come se un ristoratore fosse beccato ad aprire una scatola di cibo per cani, cospargerla di prezzemolo e servirla come bistecca alla tartara a 50 euro.
Solo che un simile ristoratore verrebbe condannato, mentre i ragazzoni che fanno lo stesso nelle grandi banche d’affari, rifilando i subprime come «investimenti ad alto rendimento», vengono premiati con gratifiche e bonus da miliardi, ed esaltati sulle pagine di «Fortune» e di Economist.
Per lo più, i ragazzoni col Rolex di platino hanno lavorato così tutti questi anni, creando profitti moltiplicati, da ingegnosi moltiplicatori di loro invenzione, su esigui movimenti di prezzi delle valute, delle materie prime e degli indici azionari.
La finanza creativa consente di puntare 100 e vincere come se si fosse puntato mille; finchè le cose vanno bene, s’intende.
Quando la direzione si rovescia, la banca perde mille avendo in cassa solo 100.
Questo non ha più niente a che fare col lavoro bancario come lo conoscevamo, ma con la roulette, con le puntate sul rosso e sul nero e le scommesse sui cavalli.
Le «grandi» banche lo sapevano benissimo, e non guardavano troppo per il sottile a quel che facevano i loro ragazzoni: portavano profitti immensamente superiori ai modesti direttori dell’ufficio-fidi.
La Socitèté Generale è stata premiata nel 2007 con il titolo di «Best Private Bank in Europe» e «Global Equities Derivative House of the Year», proprio perchè aveva avuto i suoi bei successi coi derivati.
Ora, un ragazzone gli fa perdere un decimo del suo capitale, e in più ha annunciato di aver perso 2 miliardi di euro nei subprime americani.
Sicchè deve procedere d’urgenza – con questi chiari di luna – a un aumento di capitale, dopo aver visto dimezzare la sua quotazione da maggio ad oggi.
Non è solo una falla morale; è il dominio dell’incompetenza che evidentemente impera là dove una volta regnavano gli ingegneri e la partita doppia.
E’ che nelle grandi organizzazioni occidentali aumenta ogni giorno il disordine e la disorganizzazione.
Un fisico direbbe che aumenta l’entropia.
Ciò avviene tipicamente nei corpi viventi quando muoiono: allora il caldo diventa tiepido e poi freddo, le energie degradano al livello di massima probabilità, le cellule scadono e si decompongono nei loro elementi minerali, carbonio, zolfo, idrogeno.
Bisogna cominciare a chiedersi seriamente come mai una civiltà che gestiva in modo insuperabile grandi sistemi – grandi fabbriche, grandi eserciti, grandi Stati sociali – mostri questi segni inequivocabili di decomposizione.
…Continua

Maurizio Blondet


Note
1) Jeff Randall, «This is banking – but not as we know it», Telegraph, 25 gennaio 2008.
2) Alexandre Panizzo, «Fraude à la Société Générale: Elie Cohen n’y croit pas», Figaro, 25 gennaio 2008.

Il Capitale

gennaio 26, 2008

Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro.

Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perchè questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico.

Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote.

Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa.
Karl Marx, Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1974, {pp. 817-818}