Il Capitale

gennaio 26, 2008

Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro.

Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote. Con queste banconote essa poteva scontare cambiali, concedere anticipi su merci e acquistare metalli nobili. Non ci volle molto tempo perchè questa moneta di credito fabbricata dalla Banca d’Inghilterra stessa diventasse la moneta nella quale la Banca faceva prestiti allo Stato e pagava per conto dello Stato gli interessi del debito pubblico.

Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. A poco a poco essa divenne inevitabilmente il serbatoio dei tesori metallici del paese e il centro di gravitazione di tutto il credito commerciale. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò a impiccare i falsificatori di banconote.

Gli scritti di quell’epoca, per esempio quelli del Bolingbroke, dimostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di quella genìa di bancocrati, finanzieri, rentiers, mediatori, agenti di cambio e lupi di Borsa.
Karl Marx, Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1974, {pp. 817-818}

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One Response to “Il Capitale”

  1. Prometheo Says:

    Ho trovato tra i motori questo interessante post. Per quanto in troppi si sforzino di relegare marx a qualcosa di vecchio e superato… in realtà vendono fumo. La sua analisi del denaro resta ancor oggi la più completa ed avanzata in quanto non SLEGATA dalle determinanti stesse della società del Capitale.

    Certamente Marx non si sarebbe mai sognato di proporre obiettivi politici come la “sovranità monetaria” e men che mai il conio di monete con la propria effigie o col muso di Lenin o il faccione di Mao. Cose che appartengono ad una visione borghese vecchia e tradizionale del filocapitalismo endemico.

    Poi va anche ricordato un altro aspetto, quello del CAPITOLO VI, INEDITO, del Libro I del Capitale.

    Nel Giugno 1969, vedeva la luce in Italia la pubblicazione del Capitolo VI inedito del Libro Primo del Capitale di Marx. Per la prima volta si rompeva il muro di negligenze eretto dagli intellettuali prezzolati della sinistra storica di togliattiana memoria. L’opera, promossa, presentata e tradotta da Bruno Maffi per conto dell’editrice La Nuova Italia, avrebbe poi conosciuto una prima ristampa nel Febbraio del 1970 fino alla quinta ristampa del Gennaio 1977.

    Rendendo il Primo Libro completo (l’unico completo tra i tre). L’unica risorsa scientifica che, a tutt’oggi, permette di distinguere ciò che è capitalistico e cosa no.


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