Banche senza Dio

gennaio 26, 2008

Maurizio Blondet
25/01/2008

Come non bastasse la crisi di fiducia che dilaga nel credito mondiale, la Société Generale, massima banca francese, denuncia di essere stata defraudata da un suo impiegato – un trader trentenne – di quasi 5 miliardi di euro.
Non milioni, ma miliardi: oltre un decimo della capitalizzazione in Borsa della Societé Generale, che ha 120 mila dipendenti.
Il presunto malfattore, Jerome Kerviel, non era nemmeno uno di quei ragazzi-prodigio cui le banche lasciano mano libera, perché sono i soli a capire qualcosa dei prodotti strutturati che inventano e vendono; lo dimostra il suo stipendio, modesto nel settore, 100 mila euro annui, e il fatto che trattava futures dei più semplici e tranquilli, i «plain vanilla».
Secondo l’accusa, ha operato indisturbato per un anno, superando tutti i controlli.
Ciò evoca un tema più grave della disonestà: il disordine crescente delle grandi organizzazioni, l’incapacità ogni giorno più acuta di gestirle che ha colto l’Occidente.
Evoca questo tema, sul Telegraph, Jeff Randall, con humour britannico: «Questo è fare banca, ma non come lo conoscevamo», ironizza (1).
Se il ragazzo si fosse accontentato di ritagliarsi una somma pari ad una normale vincita al Superenalotto, (diciamo 5 milioni di euro) «magari nessuno se ne sarebbe accorto».
Ciò perché «il mondo delle primarie banche che ricevono depositi è diventato un tale colabrodo, che somme ad otto cifre possono scomparire senza far suonare campanelli d’allarme. Le decine di milioni vengono trattati come tartine ad un ricevimento di finanzieri, come antipasti nel vasto menù monetario».
La spiegazione avanzata da Daniel Bouton, presidente della Société Generale, è patetica: «E’ stato un uomo solo. Ha creato un’azienda nascosta all’interno della banca, usando gli strumenti della banca, perché aveva tutte le informazioni necessarie per sfuggire a tutti i controlli».
Ma com’è possibile creare una seconda banca incistata nella banca grossa (la seconda di Francia) come un verme solitario, per oltre un anno, e sfuggire alle procedure di controllo?
Il sistema bancario come lo conoscevamo era tutto un sistema di controlli.
Ogni singolo ufficio chiude ogni sera il bilancio, e le voci del dare e avere devono essere pareggiate al centesimo.
Di più: nel ’95 la Barings Bank fu praticamente rovinata da un suo trader di Hong Kong che, azzardando speculazioni folli sui derivati, provocò un buco da 800 milioni di sterline.
Da allora tutte le banche si sono fornite di un esercito di «auditor» e controllori per scongiurare questo rischio, su quei mercati esoterici.
Il risultato, zero.
Cosa hanno fatto gli auditor sella SocGen per guadagnarsi lo stipendio?
Evidentemente, il lavoro della banca non è più quello di una volta: prendere il denaro dei depositanti a tasso nullo, prestarlo a imprenditori a tasso più alto, e addebitare commissioni e spese grasse a tutti e due.
Oggi, si perseguono profitti fantastici con i metodi che abbiamo visto rivelati dalla crisi dei
sub-prime: accendere migliaia di mutui a poveracci che non sono in grado di pagarli, macinarli tutti insieme con varie spezie come per fare il salame, e rifilarli a fette come obbligazioni AAA.
E’ un tipo di mestiere dove eccellono nuovi tipi umani: ragazzoni con una laurea alla Harvard Business School, una dichiarata sete di arricchirsi, e un cinismo senza pari.
Sono questi che mettono insieme «prodotti strutturati» e derivati dai nomi più fantasiosi, così complicati che nemmeno loro sono in grado di quantificarne il rischio, e figurarsi cosa ne capiscono i presidenti e gli amministratori delegati.
Si fidano di questi esperti.
E del loro pelo sullo stomaco, che è appunto ciò che garantisce il master alla Harvard Business School.
E’ come se un ristoratore fosse beccato ad aprire una scatola di cibo per cani, cospargerla di prezzemolo e servirla come bistecca alla tartara a 50 euro.
Solo che un simile ristoratore verrebbe condannato, mentre i ragazzoni che fanno lo stesso nelle grandi banche d’affari, rifilando i subprime come «investimenti ad alto rendimento», vengono premiati con gratifiche e bonus da miliardi, ed esaltati sulle pagine di «Fortune» e di Economist.
Per lo più, i ragazzoni col Rolex di platino hanno lavorato così tutti questi anni, creando profitti moltiplicati, da ingegnosi moltiplicatori di loro invenzione, su esigui movimenti di prezzi delle valute, delle materie prime e degli indici azionari.
La finanza creativa consente di puntare 100 e vincere come se si fosse puntato mille; finchè le cose vanno bene, s’intende.
Quando la direzione si rovescia, la banca perde mille avendo in cassa solo 100.
Questo non ha più niente a che fare col lavoro bancario come lo conoscevamo, ma con la roulette, con le puntate sul rosso e sul nero e le scommesse sui cavalli.
Le «grandi» banche lo sapevano benissimo, e non guardavano troppo per il sottile a quel che facevano i loro ragazzoni: portavano profitti immensamente superiori ai modesti direttori dell’ufficio-fidi.
La Socitèté Generale è stata premiata nel 2007 con il titolo di «Best Private Bank in Europe» e «Global Equities Derivative House of the Year», proprio perchè aveva avuto i suoi bei successi coi derivati.
Ora, un ragazzone gli fa perdere un decimo del suo capitale, e in più ha annunciato di aver perso 2 miliardi di euro nei subprime americani.
Sicchè deve procedere d’urgenza – con questi chiari di luna – a un aumento di capitale, dopo aver visto dimezzare la sua quotazione da maggio ad oggi.
Non è solo una falla morale; è il dominio dell’incompetenza che evidentemente impera là dove una volta regnavano gli ingegneri e la partita doppia.
E’ che nelle grandi organizzazioni occidentali aumenta ogni giorno il disordine e la disorganizzazione.
Un fisico direbbe che aumenta l’entropia.
Ciò avviene tipicamente nei corpi viventi quando muoiono: allora il caldo diventa tiepido e poi freddo, le energie degradano al livello di massima probabilità, le cellule scadono e si decompongono nei loro elementi minerali, carbonio, zolfo, idrogeno.
Bisogna cominciare a chiedersi seriamente come mai una civiltà che gestiva in modo insuperabile grandi sistemi – grandi fabbriche, grandi eserciti, grandi Stati sociali – mostri questi segni inequivocabili di decomposizione.
…Continua

Maurizio Blondet


Note
1) Jeff Randall, «This is banking – but not as we know it», Telegraph, 25 gennaio 2008.
2) Alexandre Panizzo, «Fraude à la Société Générale: Elie Cohen n’y croit pas», Figaro, 25 gennaio 2008.

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