Northern (B)Rock(e)

novembre 9, 2007

Il prezzo del greggio è di 95 dollari, e sale di giorno in giorno.

Di seguito un’articolo di Maurizio Blondet sulla situazione economica attuale (e futura):

Maurizio Blondet

09/11/2007

Correntisti in coda davanti a una filiale della Northern Rock di Londra

Per salvare la Northern Rock, la banca esposta con troppi mutui subprime, la Bank of England le ha fornito da agosto fino ad oggi 40 miliardi di sterline, e non basta ancora.
Entro Natale, la somma salirà a 50 miliardi.
Pari a 71 miliardi di euro.
Stiamo parlando di miliardi, non di milioni.
Succhiati, direttamente o no, dalle tasche dei contribuenti.
Il costo è così astronomico che si rischia di non coglierne la misura colossale.
E’ il 5% del prodotto interno lordo britannico.
Lo Stato primo della classe del liberismo globale, quello da cui partivano tutte le prediche ascoltate in questi anni sul «rigore nella spesa pubblica», sulla «moderazione salariale», sul ridurre le provvidenze sociali, sulla necessità di privatizzare e di vendere beni pubblici per limare il deficit di 1 punto di PIL, dilapida il 5% del PIL in poche settimane per soccorrere la speculazione finanziaria più improduttiva.
E lo fa coi soldi delle tasse, ossia della gente comune.
«Seguo i mercati finanziari da trent’anni, e di crisi ne ho viste arrivare e passare. Ma questa è la più grave che abbia visto mai», ammette Will Hutton, il notista finanziario del Guardian (1).
E ne indica i caratteri che la rendono unica nella sua pericolosità: il fatto che i suoi effetti si espandano nel mondo intero a cascata e istantaneamente, data la interconnessione planetaria delle economie e della finanza ottenuta con la globalizzazione e il liberismo senza confini, ossia senza paratie stagne.
E il fatto che i governi e le autorità pubbliche, la cui sovranità è stata ridotta a nulla per volontà ideologica, hanno perso ogni mezzo per controllare e frenare la crisi «così rapidamente come tutti vorremmo».
E’ quel che dicevano i dubbiosi, per anni azzittiti come «statalisti» o «dirigisti» sorpassati.
Il fatto è, lacrima Hutton, che «veniamo da 15 anni di condizioni economiche straordinariamente favorevoli in tutto il mondo – petrolio e denaro a buon mercato, scambi commerciali in crescita, il boom asiatico, prezzi immobiliari in salita».

Era l’argomento con cui venivano censurate le critiche: non vedete che l’economia trionfa?
E’ la libertà di spostamento di merci-uomini-capitali finalmente non più ostacolata da dogane e Stati, finalmente conseguita!
«Adesso tutte queste cose si stanno disfacendo con velocità impressionante», dice Hutton.
Il petrolio è a 100 dollari, il costo del denaro è salito a picco, i prezzi degli immobili cadono, e tutto contemporaneamente.
«Il sistema poteva superare uno shock, ma è troppo fragile per fronteggiarne così tanti e simultanei».
E l’epicentro della devastazione è proprio «il sistema finanziario egemonico», quello di New York e Londra.
Questi due mercati finanziari «non sono più distinti: la deregulation e le ambizioni planetarie delle banche europee e americane li hanno resi interdipendenti e interconnessi. Sono un sistema unico che opera in base agli stessi principii, che copia l’uno i metodi dell’altro, che fa gli stessi errori e che si espone l’uno agli azzardi dell’altro».
Non si potrebbe dir meglio.
Ora «il collasso del mercato immobiliare USA, l’esplosione dei pignoramenti e sequestri di case americane, e la scoperta che i ‘veicoli d’investimento strutturato’ sono strumenti finanziari tossici che rappresentano 350 miliardi di dollari di mutui ormai senza valore, non sono un problema americano. Sono il problema nostro».
Il Credit Suisse e Citigroup hanno annunciato perdite per miliardi di dollari, e se ne scoprono ogni giorno di nuove.
Ciò significa che la loro capacità di fare credito è brutalmente diminuita.
In base al trucco del credito frazionale, le banche inglesi devono avere almeno 8 sterline in cassa, come capitale proprio, per poterne creare dal nulla 100 da prestare a interesse.
Le perdite hanno intaccato il capitale, i dollari ora sono 4 o 2.
La moneta da prestare si riduce a 50 o 10 sterline.

Hutton dà la colpa al visconte Ridley, il presidente della Northern Rock.
Questo «free-market fundamentalist», questo talebano del liberismo, aveva scoperto dai banchieri americani che poteva fare a meno soggiacere al vecchio e noioso lavoro delle vecchie banche, dove era la quantità di depositi dei risparmiatori a determinare proporzionalmente la quantità dei prestiti che potevano essere fatti.
Il trucco era impacchettare i prestiti in «titoli di debito» sofisticati e infiocchettati, e venderli sotto il nome di «veicoli d’investimento strutturati» alle altre banche inglesi, che già compravano a man bassa simili prodotti dalle banche di New York.
Così, appena le cose sono cominciate ad andar male in USA, è girata storta per la Northern Rock in Scozia.
Già.
Perchè le banche USA, che avevano quelle perdite enormi, «non avevano più voglia di comprare altri prestiti della Northern Rock, e nessun altro ne aveva voglia».
Da qui la corsa agli sportelli dei risparmiatori e correntisti, la prima dall’800.
Da qui le iniezioni del – tesoro britannico: 20 miliardi di sterline (il 2% del PIL) destinati sì a garantire i depositi dei piccoli clienti, ma 30 miliardi (il 3% del PIL inglese) per «fornire liquidità che il sistema non era più in grado di fornirsi da sé».
Senza successo.
Le azioni di tutte le banche del «sistema anglo-americano» stanno crollando tutte insieme, vista la sfiducia nella loro solvibilità, una sfiducia che le banche sono le prime ad esercitare l’una contro l’altra.
Ora, col senno di poi, si capisce che il rimedio avrebbe dovuto essere un altro.
«La Banca d’Inghilterra avrebbe dovuto assorbire nella sua proprietà la Northern Rock: con ciò, i depositanti e le istituzioni finanziarie della City sarebbero stati rassicurati rapidamente e, passata la crisi, la Banca Centrale avrebbe potuto rivendere la Northern al settore privato».
Già.
In passato si è sempre fatto così, anche nella lontana crisi italiota della Banca Romana.
Ma ciò sarebbe stato il cosiddetto «intervento pubblico in economia», il deprecato dirigismo.
Nella teoria liberista, riconosce Hutton, «vige il divieto della proprietà pubblica anche per breve tempo. Nel fondamentalismo liberista, questo è il peccato capitale».

Si è scelta, per salvare la Northern, la via consentita dalla teoria dogmatica: stampare moneta, come si dice, su scala epica, pari al 5% del PIL.
«Ciò ha beneficato il sistema finanziario, ma danneggiato tutti noi, perché sarà più difficile per la Banca Centrale tagliare i tassi d’interesse per ridare fiato al mercato immobiliare».
In Inghilterra i prezzi immobiliari hanno raggiunto la stratosfera, e questo aumenta la prospettiva di enormi crediti inesigibili e di pignoramenti di massa, come in America.
«E se ci sono altre Northern Rock da salvare il problema diverrà intrattabile», conclude Hutton.
Perché tutti sanno che ci sono altre Northern Rock in attesa di esplosione.
Non illudiamoci, dice ancora Hutton, questa crisi segnala «l’esaurimento dell’ideologia del libero mercato conservatrice», quella che fu elaborata da Milton Friedman e consegnata al Paese dalla Thatcher.
Entrambi i governi, a Washington e a Londra, «dovranno concepire nuove forme di regolamentazione e controllo. Molte banche dovranno diventare di proprietà pubblica. Per trent’anni ci hanno insegnato che non è affare della pubblica autorità intervenire nel libero mercato finanziario, che genera ricchezza. Quest’anno la realtà si è imposta, e con sovrapprezzo».
La domanda è se dopo trent’anni di dogmatismo liberista, esistano ancora le competenze e i saperi per condurre un intervento pubblico in economia, se esista la cultura di Stato necessaria a disporre i rimedi alla nuova crisi.
Pare di no.
O più precisamente: in ben identificati ambienti, ci si prepara ad un tipo di intervento pubblico molto pesante: «Guerra all’Iran. Razionamento della benzina. Leva militare di massa. Inflazione a due cifre e disoccupazione».
Lo scrive il New York Times (2).
Non è una fantasia, è uno «scenario» previsto per il 2009.
Diversi membri importanti dell’Amministrazione americana passata e presente si sono riuniti per giocare questo gioco di guerra o «simulazione», battezzato «Oil Shockwave».
E’ un esempio di come si stia pensando di affrontare la crisi.

L’ipotesi: il petrolio sale a 150 dollari il barile per l’attacco all’Iran.
La militarizzazione della società è la risposta prospettata alla crisi economica e sociale conseguente.
Vi hanno partecipato Robert Rubin, segretario al Tesoro sotto Clinton, il generale John Abizaid, fino a pochi mesi fa capo del Comando Centrale al Pentagono, Gene Sperling, già consigliere economico di Clinton, Philip Zelikow, già capo della commissione sull’11 settembre, e Richard Armitage, vicesegretario di Stato durante il primo mandato Bush.
Un gruppetto bipartisan, ma molto in accordo sul che fare imminente.
E i repubblicani in particolare sono persone che hanno già dimostrato di avere una preveggenza straordinaria, su certi scenari.
Philip Zelikow, che ha guidato il PFIAB, l’importantissimo organo presidenziale di controllo dei servizi d’intelligence, è quello che nel 2002 spiegò ad un gruppo ristretto di strateghi: il vero motivo per cui invaderemo l’Iraq è «eliminare un regime che minaccia Israele».
Quanto a Richard Armitage, è un neocon militarista, maneggione brutale e instancabile: il presidente pakistano Musharraf ha rivelato che fu Armitage a telefonare a un generale dell’ISI immediatamente dopo l’11 settembre, minacciando di «bombardare il Pakistan fino a portarlo all’età della pietra» (un’espressione cara a quegli ambienti) se non si fosse affiancato all’America nella «guerra al terrorismo», ossia nell’invasione dell’Afghanistan.
Soprattutto, Armitage è membro del PNAC, Project for a New American Century.
Ed è uno dei firmatari del documento emanato dal PNAC nel 2000, dal titolo «Rebuilding the american defense», dove – per convincere l’opinione pubblica alle guerre future – si auspicava «un evento traumatico, come una nuova Pearl Harbour».
Le «previsioni» del PNAC hanno una allarmante tendenza ad avverarsi.
Anche lo scenario previsto dai giocatori di «Oil Shockwave» ha dunque buone probabilità di realizzarsi.

Maurizio Blondet

Note
1)
Will Hutton, «The worst crisis I’ve seen in 30 years», Guardian, 4 novembre 2007.
2) John Broder, «A war game supposes scarce and risky oil», New York Times, 2 novembre 2007.

Fonte: effedieffe

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